Il tradimento di Brod

La foto di Franz Kafka e Max Brod l’ho trovata su This Recording. Il fatto mi è tornato in mente guardando la foto. Di quale fatto sto parlando? Del tradimento di Max Brod, che non rispettò la volontà dell’amico di una vita e invece di distruggere i suoi scritti li pubblicò.
Lo vogliamo definire alto tradimento? Difiniamolo pure così. Sta di fatto che senza questo tradimento non avremmo conosciuto l’opera di Kafka.

PS
Leggete anche questo

La doppia vita di Veronica

Paola Bacchiddu, mia amica giornalista, ha postato queste due righe su Facebook che molto mi hanno incuriosito e ancora di più mi hanno dato da pensare:

L’unico vero tradimento di rilievo? Quello a se stessi?
Suggerisco “La doppia vita di Veronica” di Kieślowski.

Io recupero il film e se l’argomento vi interessa non esitate a fare altrettanto, ma se  intanto volete saperne di più:
da Wikipedia
Una recensione da Cinema del Silenzio
Una lettura di Alessandra Pagliaru da Via delle belle donne

Confucio e il giusto mezzo

Francois Jullien, Il saggio è senza idee, Einaudi

Adesso vediamo meglio perché Confucio è “senza idee”, non solo perché un’idea è troppo individuale (provenendo da un punto di vista particolare), ma anche perché un’idea è troppo generale: trascende abusivamente la differenza dei “momenti”. Un’idea è paradossalmente viziata su entrambi i lati: al tempo stesso troppo parziale e dunque di parte (“una” idea, la mia idea), e troppo astratta (in quanto “idea”); al tempo stesso troppo restrittiva (per il fatto che privilegia) e troppo estensiva (in quanto assume casi troppo diversi).
Confucio invece, conformandosi alla possibilità del momento, al punto da cancellare qualsiasi io personale, riesce a mantenere una normatività, ma senza che sia esclusiva e categorica; ed è variando così da un polo all’altro, da un estremo all’altro, che egli può realizzare il giusto mezzo continuo della regolazione.

Mio appunto:
Giusto mezzo non significa a metà (anche stare a metà vuol dire stare in una posizione) ma possibilità di oscillare da destra a sinistra, tra sopra e sotto a seconda di ciò che è richiesto dalla situazione.

Domanda finale (per ora):
In un sistema di pensiero con queste caratteristiche come si colloca il concetto di tradimento?

Ripensarci su

Herbert Butterfield  (1949), The Origins of Moderne Sciences, 1300 -1800, Londra, G. Bell & Sons, p. 1; citato in Robert K. Merton (2002), Viaggi e avventure della Serendipity.

“[…] di tutte le forme di attività mentale la più difficile da indurre […] è l’arte di adoperare la stessa manciata di dati di prima, ma situarli in un nuovo sistema di relazioni reciproche fornendo loro una diversa struttura portante; il che significa praticamente ripensarci su”.

Il rimorso

Mario Soldati, La messa dei villeggianti

Il rimorso non è mai per azioni che abbiamo commesso o che non abbiamo commesso; non è per ciò che facciamo; bensì per ciò che fummo, siamo e fatalmente saremo: non riguarda soltanto il passato, ma anche il futuro.


Sul tradimento di Bruto e Cassio

di Enrico Castelli Gattinara

Il tradimento è sempre stato un’azione abietta e infame. Non c’è storia, etica o morale che possa tollerarlo. Non c’è politica che possa legittimarlo. Questo è fuori discussione, e le pagine che seguono non vogliono creare nessun rivolgimento né essere provocatorie: vogliono solo mostrare un aspetto del tradimento per discuterne alcune conseguenze sul piano della politica intesa in senso lato. Non si occuperanno perciò di quell’aspetto tutto soggettivo di questo comportamento, tanto magistralmente definito da due massime di La Rochefoucault: “Non riusciamo a consolarci di essere ingannati dai nemici e traditi dagli amici, ma spesso siamo soddisfatti di esserlo da noi stessi” (114) e “Si tradisce più spesso per debolezza che per deliberato disegno di tradire”(120).
Da quando esiste una società civile, non c’è persona di buon senso che non pensi male del tradimento. Alcuni, Dante per esempio, lo ritengono addirittura la peggiore delle colpe. Nell’Inferno i traditori sono posti nel nono cerchio, che è l’ultimo, e Lucifero lo domina con la sua tremenda presenza, visto che rappresentava per Dante il primo e il più ignobile dei traditori. Le sue tre teste masticano orrendamente, ultimo e più infame dei castighi di tutto l’inferno, tre rappresentanti emblematici di questa colpa: Giuda, Bruto e Cassio. Dante non si sofferma neppure a parlarne, tanto sono noti, e noi sappiamo che li usò perché simboleggiavano il tradimento della chiesa (Giuda tradisce Cristo) e dell’impero (Bruto e Cassio tradiscono Cesare). Tradimento reso ancora più odioso dal fatto di esser stato perpetuato al momento della nascita delle due sacre istituzioni (quindi il più delicato agli occhi del poeta che ne vuol fare l’esegesi), quello che oscilla fra il I secolo avanti e dopo Cristo. Questo periodo così denso di eventi politici e religiosi riserva tuttavia anche altre sorprese proprio in tema di tradimento. La prospettiva questa volta è del tutto diversa, perché chi ne scrive – accusato d’averlo perpetuato, quindi con cognizione di causa – sono due storici classici d’origini barbare e sedotti dalla potenza di Roma: Polibio, del II secolo a.C., e Flavio Giuseppe, del I d.C. La loro storia è interessante, perché rappresenta un punto di vista eccentrico su una faccenda controversa che mette in gioco la logica del tradimento nella ricostruzione storica. Il tradimento di Bruto o di Cassio (entrambi coinvolti nella congiura contro Cesare) è puramente politico: è tradimento per i partigiani di Cesare, ma non lo è di sicuro per i congiurati. Chi scrive la storia può indicare oggettivamente se un certo comportamento appartiene o no alla logica del tradimento (in senso proprio, come venir meno a un giuramento di appartenenza a un gruppo passando al nemico), ma non può “giudicare” il tradimento. Il giudizio politico, etico, morale sul tradimento è sempre un giudizio di parte. Il dramma di Bruto è tutto qui, ed è stato ampiamente ripreso in opere teatrali o in commenti politici: la lotta della repubblica contro la dittatura fa fluttuare il punto di vista secondo cui si giudica l’uccisione di Cesare.

Per saperne di più:
Un tradimento che non è un tradimento, di Enrico Castelli Gattinara

Il tradimento economico

Edwin Sutherland (1883-1950) sostiene che il crimine commesso dal colletto bianco, inteso come persona rispettabile di elevato status sociale che commentte il crimine economico nell’esercizio delle sue funzioni, si configura come un tradimento della fiducia che è stata riposta in lui.
Detto in altri termini si tratta di un criminale che non usa la violenza bensì l’inganno basato proprio sull’abuso della fiducia.

Jean Genet

Proposto da Valeria Gonzalez 

Consiglio il mio caro e tormentato autore Jean Genet, che vede nel tradimento non la negazione della Beatitudine, ma al contrario, la prova finale attraverso la quale l’individuo raggiunge la santità…ma il meccanismo è un po’ contorto perchè Genet opera un capovolgimento dei valori della morale cattolica, e il Santo è l’Assassino.

Per saperne di più:
Jean Genet su Wikipedia

Il tradimento di Pietro

di Giovanni Raboni, proposto da Daniele Riva, Il canto delle sirene

Quante volte, pellegrini
affranti da una notte di bufera,
mettendoci alla fine accanto al fuoco
d’una locanda, ci troviamo in mezzo
ai volti stanchi dei nostri nemici!
Certo, potremmo
alzarci urlando; e forse, addirittura
tirar fuori il coltello: e interrogati
sul nostro nome
rispondere coi motti più roventi
fracassando stoviglie. Ma a chi giova
tanta fatica? All’oste no, né al cuore
spossato dalla pioggia. Meglio fingerci amici,
stranieri, o troppo vili: distesi sulla panca
che scivola nell’ombra dai bagliori
rispondere coi cenni o a monosillabi
tirandoci il mantello fin sopra gli occhi.
(da Rappresentazione della Croce, Garzanti, 2000)

Rappresentazione della Croce è un testo teatrale – l’unico – scritto per il Teatro Stabile di Palermo dal poeta Giovanni Raboni (1932-2004): per raccontare la Passione narra la vita di Cristo senza la presenza del Cristo, dando voce a vari testimoni: “Mi ha interessato nel farlo – all’inizio in modo un po’ inconscio – la tipologia umana dei personaggi che in parte conosciamo in parte sono solo intravisti, quelli più defilati, quelli che occupano un posto minore. (…) Ho cercato di rendere l’incredulità, l’incomprensione, l’ammirazione insomma tutta la gamma possibile delle risposte e dei sentimenti che si possono aver di fronte a un personaggio eccezionale, fuori dal comune, da parte dei testimoni. Naturalmente cercando di immedesimarmi in ciascuno di coloro che ha visto e ha riferito, magari travisando, le cose”. Ed ecco sfilare Giovanni Battista, la Maddalena, Giuda e naturalmente Pietro, l’apostolo che giura: “Anche se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai” (Mt, 26,33) e che nel Getsemani taglia con la spada l’orecchio al servo del sommo sacerdote per difendere il Maestro (Gv, 18,10) ma che poi alla domanda “Non sei anche tu dei suoi discepoli?” nega e dice: “Non lo sono” (Gv, 18,25). È lui che umanamente “tradisce” per il proprio rendiconto salvo poi portare per tutta la vita il rimorso (è un altro brano da Rappresentazione della Croce):

Non finirà mai, non in questa vita
Ogni volta che a oriente
Ci sarà un po’ di sangue nella bruma
E cominceranno gli uccelli a fremere
D’inquietudine nei loro nidi io
Rivedrò assalirmi le aguzze lingue
Del fuoco che mi svela
Agli occhi senza malizia crudeli
Delle serve del grande sacerdote
E riascolterò lo sfrontato araldo
Del giorno assassinare la mia pace.
Due volte doveva cantare, o una?
E tre volte o due o quante io rinnegare
L’unica verità della mia storia
Prima che brillasse nel
Mezzosonno
La mannaia del rimorso? Io so solo
Che io ero Simone
Ora sono Pietro, e su questa pietra
Si abbarbicherà l’insonnia del mondo.

Elena di Troia

Cantami, o Diva, del Pelìde Achille
l’ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco
generose travolse alme d’eroi,
e di cani e d’augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l’alto consiglio s’adempìa), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de’ prodi Atride e il divo Achille.

Vieni, Elena, vien qua, figlia diletta,
siedimi accanto, e mira il tuo primiero
sposo e i congiunti e i cari amici. Alcuna
non hai colpa tu meco, ma gli Dei,
che contra mi destâr le lagrimose
arme de’ Greci. Or drizza il guardo, e dimmi
chi sia quel grande e maestoso Acheo
di sì bel portamento? Altri l’avanza
ben di statura, ma non vidi al mondo
maggior decoro, né mortale io mai
degno di tanta riverenza in vista:
Re lo dice l’aspetto. – E la più bella
delle donne così gli rispondea:
Suocero amato, la presenza tua
di timor mi rïempie e di rispetto.
Oh scelta una crudel morte m’avessi,
pria che l’orme del tuo figlio seguire,
il marital mio letto abbandonando
e i fratelli e la cara figlioletta
e le dolci compagne! Al ciel non piacque;
e quindi è il pianto che mi strugge. Or io
di ciò che chiedi ti farò contento.

Dante, l’Inferno, il tradimento

Il viaggio intrapreso nelle profondità dell’umano agire, scandagliando il baratro provocato dal Tradimento, muove i suoi primi passi con le figure di Paolo e Francesca, mostrando un aspetto del tradire con cui l’uomo sovente deve fare i conti: l’adulterio. Dante, in realtà, posiziona i due amanti non nel cerchio dei Traditori, bensì in quello dei Lussuriosi, ossia coloro che hanno ricercato le soddisfazioni dei sensi contro ogni regola, abbandonandosi smodatamente alle passioni, quasi a giustificare il loro comportamento per il grande amore che li legò. In questo racconto saranno però considerati traditori e non lussuriosi, poiché Francesca ha effettivamente tradito il marito Gianciotto. (Canto V, inferno. In vita furono amanti e adulteri, Francesca era infatti sposata a Gianciotto, fratello di Paolo. Questo amore condusse alla morte i due giovani amanti per mano del marito di Francesca. Nei versi immortali di Dante, Francesca spiega al poeta come tutto accadde: leggendo il libro che narrava dell’amore tra Lancillotto e Ginevra, i due trovarono calore e passione, l’uno nelle braccia dell’altra).

Il viaggio prosegue con la figura di Bocca degli Abati, che a causa del suo sleale comportamento viene presentato da Dante come traditore della patria (Canto XXXII, inferno. Questi, seppure al fianco dei guelfi fiorentini a causa di complicati interessi e alleanze, era in realtà di parte ghibellina. Alla vista del contrattacco senese, Bocca si avvicinò al portastendardo fiorentino Jacopo de’ Pazzi e gli tranciò di netto la mano che reggeva l’insegna. Questo causò un notevole sconcerto tra le fila guelfe).

Il cammino procede con il famigerato personaggio del Conte Ugolino, anch’esso traditore della patria. (Canto XXXIII, inferno. Sebbene di famiglia tradizionalmente ghibellina, nel 1275, si accordò col genero Giovanni Visconti per portare al potere a Pisa il partito Guelfo. Scoperta la congiura fu bandito, ma tornò a Pisa l’anno seguente riacquistando autorità e prestigio. Dopo la sconfitta dei Pisani nella battaglia della Meloria nel 1284, assunse la signoria del comune col titolo di Podestà. Nel 1288, la parte ghibellina insorse sotto la guida dell’Arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini e delle famiglie Gualandi, Sismondi e Lanfranchi. Ugolino, accusato di tradimento perché considerato responsabile della sconfitta della Meloria, venne rinchiuso – senza processo – insieme a due figli e due nipoti nella Torre della Muda o della Muta, così denominata perché in quel luogo i colombi viaggiatori vi mutavano il piumaggio).

Il metaforico viaggio si conclude con il traditore per antonomasia, l’arcangelo decaduto, Lucifero (Canto XXXIV, inferno. Ribelle di Dio, signore del Male, con tre mostruosi volti e le fauci in perpetuo stritolamento dei sommi peccatori, imprigionato dalla sua stessa cattiveria rappresentata dal ghiaccio prodotto dallo sbattere delle sue enormi ali che ghiacciano qualsiasi cosa lo circondi), ma anche Giuda, Bruto.